Lo studio della felicità sui luoghi di lavoro è cosa antica e nota, Michael Gruneberg nel 1979 lo evidenziava già (Understanding Job Satisfaction).

La soddisfazione nei luoghi di lavoro va coltivata non c’è dubbio e non è un’utopia.

Ma il titolare dello studio professionale non ha tempo per farlo.

Ecco allora che ci si può rivolgere a un consulente esterno, un coach, che all’interno di quella realtà lavorativa sia capace di spiegare bene quali siano i ruoli dei collaboratori e dei dipendenti e ricercare la giusta armonia tra le persone e i compiti che sono stati loro assegnati.

L’obiettivo è chiaro: fare in modo che i dipendenti, quando arrivano in ufficio, non vivano il momento come una condanna, ma l’inizio di una giornata positiva e costruttiva.

Meglio trovare sorrisi che volti imbronciati in studio, no?

Trovare il giusto equilibrio tra esigenze organizzative e necessità espresse dai collaboratori e dipendenti: ecco il punto.

Coinvolgimento e Motivazione i due ingredienti base.

Una scelta, quella di introdurre il “coach della felicità” negli studi professionali, certamente vincente.

Mi sento di dire che ce n’è un gran bisogno avendone frequentati un buon numero, sia come partner, sia come cliente.

Le aziende di medie dimensioni hanno da tempo introdotto una figura come il Chief happiness officer (Cho) ispirandosi ai modelli internazionali di management, e studi condotti in diversi paesi e settori confermano che il “coach delle emozioni” accresce sia l’equilibrio psichico del singolo lavoratore, sia il suo ruolo all’interno del team, rivelandosi promotore di un clima più collaborativo.

I miei colleghi commercialisti con studi strutturati con un buon numero di collaboratori e dipendenti  mi chiedono in relazione al mio possibile intervento:

  • in concreto cosa significa, cosa faresti?
  • quanto tempo dovresti sottrarre al mio lavoro e a quello della mia squadra?
  • non ti troveranno inquietante e strana? Una specie di clown di studio?
  • faranno resistenza equiparandoti inconsciamente ad uno psicologo?

Ecco cosa rispondo:

L’intervento del coach – le fasi di lavoro

In concreto occorreranno cinque fasi di lavoro:

  1. la prima – analisi preliminare: ascoltare il titolare/i dello studio per concordare il piano di azione generale in base all’obiettivo prefissato;
  2. la seconda – interviste individuali: un’analisi del personale e dei suoi bisogni (di competenze e conoscenze già acquisite, di prestazioni e di potenziale), analisi del clima;
  3. la terza: un piano per sviluppare le competenze e le conoscenze mancanti del team (di base, specifiche e trasversali);
  4. la quarta: un momento per affinare le prestazioni per migliorare l’individuo singolo, la sua relazione col gruppo di lavoro e la totalità dei processi di studio;
  5. la quinta: una fase di monitoraggio, ritaratura e riallineamento.

Le aree che beneficeranno immensamente di un approccio orientato alla felicità saranno:

  • reclutamento e inserimento di nuove figure professionali,
  • pianificazione delle carriere,
  • supporto alle future/neo mamme ad affrontare in modo sereno prima il distacco dal lavoro e poi il rientro,
  • analisi e gestione delle prestazioni dei singoli,
  • gestione dei cambi di mansioni,
  • coinvolgimento e riconoscimento,
  • supporto al distacco dell’attività lavorativa per chi è prossimo al pensionamento.

Quindi:

MENO potenziale sprecato, conflittualità, turn over

PIU’  apprendimento organizzativo, flessibilità e capacità di vivere il cambiamento, integrazione, pro attività, innovazione e creatività, facilità nel problem solving.

E’ dimostrato che i dipendenti felici sono più produttivi, più innovativi, più motivati, più energici e più ottimisti. Sono anche meno malati, restano nelle aziende più a lungo e rendono i clienti più fedeli.

Per questi motivi (e molti altri) le aziende più felici fanno più soldi.

Perché gli studi professionali si credono immuni da ciò?

Perché il dominus, professionista lavoratore autonomo,  è da sempre abituato a pensare  in solitudine, a combattere in prima persona ogni battaglia e alla fine si sente esausto e non soddisfatto del team.

E la frase che ricorre è: faccio sempre tutto io, nessuno capisce quello che c’è da fare..

Motivazione, comunicazione e sviluppo delle potenzialità: Il mio modo di fare coaching negli studi professionali

E quindi cosa faccio io?

Il mio lavoro di coach per gli studi professionali  è sia di ispirazione che pratico.

Io sono felice con me stessa e mi riesce naturale ispirare la felicità negli altri e avere molta energia da spendere per motivare il team.

Mi preoccupo sinceramente del benessere delle persone sul posto di lavoro, è una questione di vissuto e di valori in cui credo e questo mio sentimento si avverte ed è sempre apprezzato dai singoli.

Inoltre, una mia innata capacità di tirare fuori il meglio dalle persone mi consente di posizionare i singoli dipendenti e collaboratori a fare ciò per cui si sentono più adeguati.

Il coach non è un mago, né un medico, né uno psicologo. Il coach deve sicuramente avere delle abilità tecniche a livello di comunicazione assai importanti ma, soprattutto, deve possedere uno strumento naturale che è la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi emotivi dell’altro. Così facendo si arriva velocemente alla loro felicità.

In sintesi, posso essere un buon regista per girare il film del tuo studio!

Quanto tempo?

Questo dipende dalle dimensioni dello studio e da quello che si vuole ottenere.

A volte, secondo la mia esperienza, bastano minimi accorgimenti legati spesso alla comunicazione fra i diversi soggetti e già si vedono buoni risultati.

Io utilizzo il coaching con approccio gestaltico che è quello che per sua natura si concentra su singoli “problemi” per trasformali in “non problemi”: con il singolo non si superano i 10 colloqui a cadenza settimanale in genere, con gli studi e, quindi,  trattandosi anche di group coaching, si alterneranno sessioni  singole e di gruppo, più o meno concentrate, da concordare, certamente in modo da non intralciare l’attività lavorativa dello studio e al tempo stesso cadenzate in modo da essere efficaci.

Come ti prenderanno?

Bene se il mio essere lì sarà presentato in modo chiaro e trasparente: spiegare bene le finalità del mio lavoro, senza reticenze.

Il titolare dello studio e i dipendenti e collaboratori devono remare tutti nella stessa direzione e questo va spiegato sin da subito e la direzione va condivisa ovviamente!

Ho assistito recentemente alla “non introduzione” corretta di un consulente esperto di controllo di gestione in uno studi professionale: questo ha scatenato allarme tra i dipendenti che si sono dimostrati diffidenti e quindi poco collaborativi.

Inutile dire che i risultati ottenuti sono stati deludenti.

E nel tuo studio come va? L’esercizio

L’umore del tuo Studio dipende solo da te, questo esercizio potrebbe aiutarti a capire qual’ è il clima della tua realtà lavorativa, rispondi sinceramente a queste 5 domande:

  1. i collaboratori ti sorridono quando gli affidi un nuovo incarico?    SI       NO
  2. c’è un giorno o più nella settimana in cui tu o i collaboratori alzate il tono di voce tra di voi?  SI       NO
  3. i dipendenti guardano l’orologio ogni 5 minuti? SI       NO
  4. hai mai avvertito in loro contentezza per tua assenza dallo studio?  SI    NO
  5. le riunioni sono un momento di tensione e apatia? SI     NO

Se hai risposto SI a tutte: chiamami, c’è bisogno di ritrovare il sorriso perduto.

Se hai risposto un po’ si e un po’ no: puoi migliorare, valuta se hai voglia di farlo.

Se hai risposto NO a tutte: complimenti, il tuo è uno studio felice!

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