Nella libera professione, come nelle imprese, spesso i figli seguono le orme dei padri, si assiste al cosiddetto “passaggio generazionale”.

Ognuno di noi ha esempi vicino a sé di queste realtà, alcune funzionano alla grande, altre meno, altre ancora sono un vero disastro.

Anche tra gli esperti c’è chi condanna queste realtà e chi le sostiene.

I sostenitori del “lavoro in famiglia” individuano tra i suoi punti di forza:

  • un contesto lavorativo ove la collaborazione raggiunge altissimi livelli, ognuno dà il massimo, anche in termini affettivi, al proprio lavoro;
  • la fiducia è totale, la famiglia “rema” nella stessa direzione per assicurare continuità e benessere economico a tutti i familiari oggi coinvolti e, in un futuro, agli eredi;
  • il tempo speso al lavoro, anche se eccede le classiche otto ore, non è considerato un grande sacrificio perché lo si spende per un gruppo che nei momenti critici ci sostiene;
  • nessuna sorpresa, i pregi e i difetti dei familiari si conoscono bene, non si perde tempo a fare selezioni di personale che richiedono una particolare attenzione soprattutto quando si devono attribuire a terzi incarichi di grande responsabilità.

Gli oppositori del “lavoro in famiglia” individuano tra i suoi punti di debolezza:

  • una permissività esagerata e naturale nei confronti dei familiari porta a una minor crescita professionale dei giovani e al malcontento dei dipendenti. Il prestigio e la produttività dello studio ne risentono;
  • il disaccordo o le liti con i parenti hanno un peso diverso rispetto a quelle che si hanno con estranei. Inoltre, il rischio di “portare a casa il lavoro” diventa “certezza”, con le negatività che ne conseguono;
  • la scelta equilibrata dei ruoli all’interno dell’organizzazione può venir meno. Un’errata valutazione delle competenze per eccesso di affetto crea certamente problemi;
  • l’organizzazione di studio diventa “chiusa”, poco disposta al confronto con l’esterno, rischiando di avere pochi stimoli che ne penalizzano la crescita e l’innovazione.

A questo punto come puoi risolvere il dilemma: parente si/parente no in studio?

Un percorso di coaching potrebbe aiutarti.

In che modo e quando?

I miei percorsi sono brevi, da un minimo di tre a un massimo di 10 colloqui di 50 minuti l’uno, da attivare ad esempio quando:

  • hai l’opportunità di lavorare nello studio di famiglia, ma non hai ancora deciso perché hai anche altre possibilità di lavoro – con me potrai chiarirti le idee sulla scelta da fare migliore per te;
  • hai già scelto, senza pensarci troppo, e ti trovi ora in difficoltà a gestire alcune situazioni che si creano ogni giorno e non ti piacciono – con me potrai imparare a gestirle con facilità;
  • hai deciso che lo studio di papà non fa per te, ma non trovi il coraggio di dirglielo – con me troverai il modo per comunicarglielo senza ansia e stress;
  • non sai come introdurre l’ingresso di un parente nel tuo studio perché temi la reazione negativa dei dipendenti più affezionati, con me potrai scegliere consapevolmente come farlo.

La prima risorsa nell’organizzazione di uno studio professionale sono le persone.
I tuoi parenti sono quasi certamente  le persone a cui tieni di più.

Proprio per questo ti invito a programmare una strategia personalizzata nel caso tu voglia o debba lavorare con la tua famiglia al completo, o con parte di essa.

Il tuo studio professionale, dopo il mio percorso di coaching diventerà per te un’oasi di pace e per i tuoi competitors un esempio da seguire, ti aspetto per un incontro conoscitivo.

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